Case Minime

Gli ambienti presentati alla triennale avrebbero potuto essere i tipi esemplari come cellule d’abitazione, in base alle quali realizzare i 3 nuovi quartieri. Ma quando al minimo benessere viene sostituito, come concetto base, la minima spesa, non soltanto il benessere, ma il minimo vitale abitativo vengono ad essere compromessi.
In questi edifici le condizioni abitative erano veramente minime, anzi, sicuramente al di sotto di un minimo sufficiente per vivere in condizioni decenti: 882 alloggi per complessivi 948 locali. Vi erano 3 tipi di abitazione: da 20,27 mq. per famiglie di 3 persone, da 25,39 mq. per famiglie di 4 persone e da 30,25 mq. per famiglie di 6 e più persone. In questi caseggiati la norma ispiratrice era il massimo dell’economia realizzabile, per cui anche le più evidenti esigenze igieniche vennero considerate un inutile spreco: chi non poteva pagare non poteva avere esigenze.
I quartieri furono costruiti in zone molto periferiche, non collegate alla città da alcun servizio, realizzando l’isolamento topografico e sociale delle categorie più povere. Per l’Amministrazione comunale il problema fu presto risolto: si trattò di sistemare, con la minore spesa possibile e, contemporaneamente, isolare in veri e propri ghetti, una massa che, abbandonata a se stessa, avrebbe potuto «disturbare la quiete pubblica».
Era stato detto (mai ufficialmente) che i nuovi quartieri avrebbero dovuto durare una decina d’anni, il tempo sufficiente perché gli abitanti potessero provvedersi di un alloggio più decente. Nessuno poteva accettare che simili «ricoveri» potessero davvero essere ritenuti abitazioni stabili per i 4 quartieri (compreso Vialba, costruito nel 1937) ancora in mezzo alla campagna, totalmente disserviti; due di essi, il Trecca e il Bruzzano, situati in avvallamenti rispetto al piano stradale. E’ evidente l’intendimento di non porli troppo in vista. Le famiglie che vennero ospitate furono in questo modo isolate, fuori dalla città, a formare nuclei di miseria economica, abitativa e urbanistica.
Per ottenere il tipo più grande di alloggio era necessario che la famiglia richiedente fosse composta da 6 e più persone: se il sovraffollamento era, in questi quartieri, il tipo di addensamento più comune, il congestionamento aveva anch’esso una buona percentuale.
Ogni alloggio si affacciava su un ballatoio lungo quanto il caseggiato, prospiciente il cortile: è la versione «anni Trenta» del caseggiato a ringhiera dell’Ottocento, più desolante da un punto di vista urbanistico e sociale perché in mezzo alla campagna, senza alcuna possibilità di contatto con le altre classi cittadine.

Liberamente tratto da:
DARIO FRANCHI – ROSA CHIUMEO
URBANISTICA A MILANO IN REGIME FASCISTA
LA NUOVA ITALIA EDITRICE, F I R E N Z E, 1972